Renzo Rastrelli e’ uno sculture fiorentino che lavora principalmente a Milano.

La sua formazione accademica è avvenuta in Germania presso la Alanus Hochschule di Bonn, mentre la sua ricerca artistica ed il suo percorso formale si sono dapprima strutturati (coltivati) in lunghi soggiorni in India, in Africa e in Perù.

In Africa, dove ha vissuto per tre anni, ha lavorato a fianco di artigiani locali, imparando segreti di queste forme primarie intagliate nel legno e nella malachite.

La primitiva vocazione maturata attraverso tali fondamentali esperienze ha poi trovato una strada congeniale ed unificante nella concezione steineriana dell’arte come creazione, in grado di dare una forma tangibile a verità non altrimenti sperimentabili. Da qui si origina l’impulso per l’arteterapia in grado di sviluppare un’azione concreta di un rimodellamento di sé.

Considerazioni personali dello scultore.

 

La ricerca, con strumenti semplici, di una forma non forzatamente figurativa, magari seguendo i suggerimenti della pietra scheggiata, è una cosa possibile per tutti, che provoca piacere al corpo e alla mente. È questa la scommessa degli organizzatori del corso a NAVARTE.

Si basa sulla certezza che dentro ognuno di noi giace più o meno cosciente- mente un artista, e che il nostro corpo stesso è stato costruito e sviluppato da questo artista silente che ha tutte le capacità creative e formatrici necessarie. Caso mai è la nostra parte mentale e nervosa, sempre compressa tra il gigante dei nostri sogni ed il nano delle nostre paure, che ferma le potenzialità creative del nostro io più profondo insinuando la sfiducia: “Non sono mica un artista!” oppure “Non posso andare a nuotare! Non sono mica un velocista”.

Con tutta l’umiltà del dilettante, al riparo di facili aspettative, il lavoro della pietra può essere una preziosa esperienza ed una grossa metafora del modo personale che si ha di affrontare la realtà. Ciò è dovuto alla resistenza, all’immobilità e al rinnovato impegno che implacabilmente la pietra ti chiede. Nel lavorarla si prova un gusto antico, archetipico, che ripercorre la storia dell’uomo e che è diventato tale per l’impulso a trasformare e modificare la materia caotica a nostro piacere e somiglianza. Creare una forma ci pone in uno stato particolare: quello che sarà il nostro prodotto è una cosa senza prezzo. Non lo si può comprare!

E’ stato fatto da noi stessi per noi. Non esisteva prima. Nel farlo per magia ci si pone al di fuori del mercato, e questo al giorno d’oggi è un tempo molto raro, prezioso per chi lo fa e per gli eventuali figli che scopriranno che non tutto si compra, ma alcune cose le puoi fare tu in autonomia, da solo. Insistendo e fidandosi delle proprie mani più che della propria testa, la pietra assume un proprio lessico, il frutto delle decisioni prese diviene più omogeneo e tutta la forma scivola sempre più sotto controllo.

Talvolta verso la fine è la forma stessa che ti suggerisce come andare avanti e quali sono le decisioni da prendere. Nel lavorarla si crea un rapporto ed essa non ti è più estranea. E poi è finalmente finita e tu riconosci il senso di quello che hai fatto. Cosa resta di questa esperienza?

Resta una pietra che prima era caotica e qualsiasi e che adesso ha un ordine e delle proporzioni più o meno riconoscibili, la materia che è stata umanizzata. Resta un senso di vigore dello scoprirti in grado di modificare ciò che è il mondo esterno, una convalida che può transitare anche nel quotidiano. Resta un intenso ricordo del silenzio e della vicinanza con questa parte intima di sé stessi con cui si viene in comunione durante il processo creativo al riparo dei pensieri e delle ansie comuni.